
Si è tenuta, nella serata di ieri, in un affollato Duomo di Salerno la Veglia Pasquale. A celebrare la cerimonia liturgica, che ha visto la presenza di moltissimi fedeli, è stato l’Arcivescovo della Diocesi Salerno-Campagna-Acerno Monsignore Andrea Bellandi.
L'omelia del Vescovo:
«Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba». Avanzano incerte, smarrite, con il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha portato via l’Amato. Pensano che tutto sia finito per sempre. Talvolta succede anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre nel presente conosciamo soprattutto delle tombe sigillate: quelle delle nostre delusioni, delle nostre amarezze, della nostra sfiducia, quelle del “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “tutto è destinato a scivolare nel nulla della morte”. A volte abbiamo semplicemente avvertito la fatica di portare avanti la quotidianità, amareggiati per qualche fallimento o assillati da qualche preoccupazione, che alla lunga ci porta stanchezza e disillusione; altre volte, ci siamo sentiti impotenti e scoraggiati dinanzi al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche del calcolo e dell’indifferenza che sembrano governare la società, e – in questi ultimi anni – davanti al dramma di guerre scellerate che si accendono in tante parti del mondo e non sembrano mai finire. Tutto ciò ci opprime e ci fa sperimentare il gusto amaro della stanchezza che spegne la gioia nel cuore. Così, per queste o altre situazioni – ognuno di noi conosce le proprie – i nostri cammini si arrestano davanti a vari “sepolcri” (per così dire) e noi restiamo immobili a piangere e a rimpiangere, soli e impotenti a ripeterci i nostri “perché”. Una catena di “perché”… Invece, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, dice il Vangelo, «abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (v. 8). Vedendo la tomba vuota, e avendo incontrato l’angelo che annunciava loro: «Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto» invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli un percorso nuovo: Gesù è risorto e li attende in Galilea. Nella vita di queste donne avviene la Pasqua, che significa passaggio: esse, infatti, passano dal mesto cammino verso il sepolcro alla gioiosa corsa verso i discepoli, per annunciare loro non solo che il Signore è risorto, ma che c’è una meta da raggiungere subito, la Galilea. L’appuntamento col Risorto è lì, dove tutto era iniziato, lì dove il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli. Continua il Vangelo: «Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: "Salute a voi!"» (28,9a) Che differenza fra il terremoto, che annuncia l’avvenuta risurrezione, con tutta la veemenza della discesa dell’angelo che fa svenire di spavento le guardie, e la reale manifestazione del Risorto alle donne impaurite. L’incontro col Risorto è pieno di dolcezza, è un sorriso, la gioia di rivedersi, la letizia perché l’altro c’è, è presente e vivo. “Salute a voi!”: è un saluto anzitutto ordinario, come dire “Ciao!” a un amico, ma anche un saluto che esprime la gioia di reincontrare chi si ama. Le donne che dopo l’annuncio dell’angelo già stavano correndo “con timore e gioia” a trasmettere la notizia ai discepoli, quando incontrano Gesù non provano più timore. Al contrario: esprimono una corrispondenza perfetta a questo avvenimento, che fa trasparire insieme familiarità e stupore. Matteo scrive: “Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono” (Mt 28,9b). Le donne accolgono la presenza del Risorto che viene loro incontro abbracciandogli i piedi e adorandolo. Lo riconoscono così come vero uomo e vero Dio, come Figlio di Dio incarnato, così presente da toccare con i suoi piedi la nostra terra, senza perdere, in questo abbassamento, la sua divinità. Le donne esprimono questa fede in quel gesto: adorano Dio abbracciando i suoi piedi, adorano il Verbo di Dio toccando la sua carne, la carne ferita e già gloriosa del Crocifisso risorto dai morti. Dovremmo rimanere sempre in questa posizione nel nostro rapporto con Gesù Cristo, dovremmo sempre esprimere così la nostra fede e il nostro amore verso il Signore risorto! Adorarlo, abbracciando la sua umanità. Un amore commosso che non finisce mai di stupirsi. Gesù vede questa fede nell’abbraccio adorante delle donne, ed è come se proprio per questo le mandasse ad essere le prime evangeliste della Risurrezione: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). Chi incontra veramente il Risorto e ne adora la presenza umana e divina, riceve da questo incontro la missione, la forza e la gioia di annunciarlo, di trasmettere questa esperienza a tutti. Le donne non devono divulgare una semplice notizia, ma trasmettere con l’annuncio l’esperienza dell’incontro col Risorto che vuole dilatarsi ai discepoli e al mondo intero, nella “Galilea” della vita quotidiana di ognuno. Ecco che cosa fa la Pasqua del Signore: ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia; ma, per fare questo, la Pasqua del Signore ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù, dove è stata la prima chiamata. Ci chiede, cioè, di rivivere quel momento, quella situazione, quell’esperienza in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita. Per risorgere, per ricominciare, per riprendere il cammino – diceva spesso papa Francesco – abbiamo sempre bisogno di ritornare in Galilea, abbiamo sempre bisogno di “riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, alla memoria concreta e palpitante del primo incontro con Lui”. Ognuno sa dov’è la propria Galilea, ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato la vita. Non possiamo lasciarlo confinato al passato: il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua, rotolando via i massi della delusione e della sfiducia, e ravvivando il primo incontro con Lui. In Gesù Risorto abbiamo la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono ancora fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane ancora una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi. Come ci ricorda Sant’Agostino, «la resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo segna la nuova vita di quanti credono in Lui; e questo mistero della sua morte e resurrezione voi dovete conoscerlo in profondità e riprodurlo nella vostra vita» (Discorso 231, 2). Riprodurre la Pasqua nella nostra vita e diventare messaggeri e costruttori di speranza: Lui è la speranza che non tramonta, Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Questa speranza della Pasqua, questa “svolta nelle tenebre”, dobbiamo viverla e annunciarla a tutti. Amen."

