
Il periodo che accompagna la nascita dell’agricoltura e della pastorizia, collocato – nelle diverse regioni del nostro pianeta – tra il V e il II millennio a.C., è uno dei momenti più significativi e, al tempo stesso, più affascinanti della storia dell’umanità. In questa fase si svilupparono grandi civiltà del mondo antico, come quelle della Mesopotamia e dell’antico Egitto, mentre le comunità umane sperimentavano nuovi modi di vivere, di produrre cibo e di organizzare le proprie società.
Si tratta di un’epoca di profonde trasformazioni: cambiamenti climatici, nuove tecnologie e l’introduzione dell’agricoltura modificarono radicalmente i rapporti tra Homo sapiens, l’ambiente circostante e le risorse. In questo contesto si posero le basi di molte dinamiche sociali e culturali che continuano a caratterizzare le società umane.
Una nuova ricerca si è concentrata su una regione dell’Africa finora poco studiata sotto questo profilo, analizzando come, a sud del Sahara, le popolazioni del Sudan orientale si siano adattate ai cambiamenti climatici e socio-economici modificando i propri spostamenti sul territorio. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” del gruppo Nature, ha ricostruito le dinamiche di mobilità delle comunità vissute tra 7.000 e 2.000 anni fa. Fenomeni simili sono noti anche in contesti più celebri della storia antica, come il Vicino Oriente o l’antico Egitto, dove i cambiamenti ambientali e l’affermazione delle prime economie agricole ridisegnarono i movimenti delle popolazioni e le reti di contatto tra le comunità.
Lo studio ha analizzato i rapporti isotopici dello stronzio nei denti umani e animali provenienti da tre siti archeologici del Sudan orientale, datati dal V millennio a.C. al I millennio d.C. L’eccezionale continuità archeologica e cronologica dei contesti ha consentito di integrare i nuovi dati isotopici con informazioni culturali, ambientali e funerarie già consolidate.
I risultati mostrano un’alternanza nel tempo tra fasi di elevata mobilità e periodi di maggiore stabilità. In particolare, tra il III e il II millennio a.C., il sito di Mahal Teglinos emerge come un importante centro di interazione regionale, caratterizzato dalla presenza di individui provenienti da aree diverse e da intensi scambi a lunga distanza.
«Mahal Teglinos, in quel periodo, era un vero nodo di reti di interazione su diverse scale», sottolinea Andrea Manzo, docente del Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo dell’Università L’Orientale di Napoli e direttore della missione archeologica che opera nell’area. «L’adozione di pratiche funerarie differenziate, la cultura materiale e ora anche i dati isotopici indicano che qui interagivano gruppi con origini differenti, in un contesto socio-culturale dinamico ed eterogeneo».
Dal II millennio a.C., l’inaridimento avrebbe favorito il ritorno a uno stile di vita più mobile nella regione. Contemporaneamente, il Sudan orientale assunse anche il ruolo di area rifugio, in grado di garantire risorse più stabili rispetto alle aree circostanti, grazie alla prossimità dell’altopiano etiopico-eritreo, che contribuì a mitigare gli effetti dell’aridificazione rispetto alle regioni vicine.
In un’epoca come la nostra, segnata dalle crisi ambientali e dall’aumento delle migrazioni legate al clima, lo studio offre uno sguardo di lungo periodo sulle strategie di adattamento umano. Comprendere come le società del passato abbiano affrontato stress ambientali e trasformazioni socio-economiche aiuta a interpretare meglio le dinamiche del presente e le sfide del futuro.
«È la prima volta che possiamo analizzare diacronicamente le strategie di mobilità di queste popolazioni lungo diversi millenni, utilizzando la chimica dei loro denti», spiega Giusy Capasso, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali di Sapienza Università di Roma e coordinatrice dello studio. «I denti, infatti, conservano il segnale chimico dei territori in cui una persona è cresciuta, permettendoci di distinguere individui locali da quelli provenienti da regioni diverse».
Lo studio è frutto di una collaborazione internazionale tra Università “L’Orientale” di Napoli, La Sapienza di Roma, Museo delle Civiltà di Roma, National Corporation for Antiquities and Museums di Khartoum (NCAM), Università di Modena e Reggio Emilia, Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University e Istituto di Scienze Geologiche della Polish Academy of Sciences.
Le indagini archeologiche sono state condotte dalla Italian Archaeological Expedition to the Eastern Sudan (IAEES), missione dell’Università “L’Orientale” di Napoli e dell’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, sotto la direzione del prof. Andrea Manzo e con il supporto delle autorità sudanesi.

