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Sorrento Classica Festival al via con un concerto tributo a Franco ...

Nell'ambito della programmazione culturale autunnale del Mezzogiorno, la XIX edizione del Festival Internazionale di Musica Sorrento Classica, sotto la direzione artistica del Maestro Paolo Scibilia e promossa dalla Società dei Concerti di Sorrento, si attesta come uno spazio privilegiato di formazione e dialogo interculturale.

L'iniziativa, realizzata in sinergia con il Comune di Sorrento, la Regione Campania e il Museo Correale di Terranova, riafferma la propria funzione di presidio culturale volto alla valorizzazione e rifunzionalizzazione del patrimonio storico-artistico locale. Dal 6 al 20 settembre 2026, l'architettura monumentale del Chiostro di San Francesco farà da cornice acustica e scenografica a un ciclo di sei concerti serali. Il programma esplora una pluralità di linguaggi musicali, spaziando dalla grande tradizione canonica europea alle avanguardie del Novecento, fino alle espressioni dell'etnomusicologia contemporanea. Il penultimo appuntamento della rassegna si terrà venerdì 18 settembre, alle ore 20,45, nella suggestiva cornice del Chiostro di San Francesco che ospiterà uno dei momenti clou del festival, sotto il profilo storico e interpretativo, con il XC Birthday Celebration Concert, una serata d'onore dedicata a Bruno Canino. Il concerto intende celebrare il novantesimo compleanno di uno dei più autorevoli e longevi rappresentanti del pianismo italiano nel mondo, figura chiave per la musica da camera e per la diffusione del repertorio contemporaneo. La serata principierà con tre Sonate di Domenico Scarlatti: la Sonata in Do maggiore K. 420, che si distingue per il suo carattere solare e brillante, dal tessuto musicale intessuto di rapidi arpeggi, scale pirotecniche e repentini sbalzi di registro, dove il virtuosismo della mano destra dialoga costantemente con il sostegno ritmico e percussivo del basso, richiamando quasi l'effetto di una fanfare o di un'orchestrina da festa popolare; quindi, la Sonata in Do minore K. 11, in forte contrasto con la precedente, per il clima drammatico ed energico, pur mantenendo un'indicazione di tempo rapida (Allegro), con la tonalità di Do minore conferisce al brano una tensione palpabile, anche attraverso un uso sapiente delle dissonanze e delle acciaccature, creando strappi armonici improvvisi e un denso dialogo polifonico che richiede una straordinaria precisione articolatoria e un forte senso del dramma, e per ultima la Sonata in Fa diesis minore K. 25, tra le pagine più intime e liriche del catalogo scarlattiano, sfrutta una tonalità insolita ed estremamente espressiva per l'epoca. Il carattere Malinconico e contemplativo del Fa diesis minore viene stemperato da una scrittura fluida, ricca di arpeggi ad ampia gittata e sospensioni armoniche, mentre l'intreccio tra eleganza melodica e sottile inquietudine mostra la capacità dell'autore di condensare in pochi minuti una profonda introspezione emotiva. Seguirà di Ludwig van Beethoven il Rondò a capriccio in Sol maggiore op. 129 “Die Wut über den verlorenen Groschen”, datato 1795. A dispetto dell'alto numero d'opus, che suggerirebbe una produzione della maturità, il Rondò a capriccio op. 129 risale agli anni giovanili del soggiorno viennese di Beethoven. L'opera rimase inedita durante la vita del compositore; il manoscritto fu ritrovato tra le sue carte dopo la morte e pubblicato nel 1828 dall'editore Anton Diabelli. Sebbene la titolazione umoristica si debba probabilmente all'editore o all'amico Anton Schindler, essa descrive alla perfezione il carattere teatrale, irruento e palesemente ironico della pagina. Il pezzo mostra un lato insolito di Beethoven: non il gigante eroico e drammatico, bensì il musicista brillante, spensierato e propenso al sarcasmo virtuosistico. La composizione si apre immediatamente con un tema scattante, leggero ed quasi infantile nella sua semplicità. Il ritmo martellante e le repentine acciaccature evocano una concitazione grottesca, quasi la rappresentazione mimica di una frenetica e infruttuosa ricerca. Ogni ritorno del ritornello viene arricchito da figurazioni sempre più complesse: arpeggi rapidi, salti di registro, ottave spezzate e serrati passaggi di semitoni. La sezione finale amplifica il dinamismo attraverso un crescendo di tensione virtuosistica. Le mani si rincorrono sulla tastiera con un'energia travolgente finché la “collera” si scioglie in un finale brillante e perentorio, in cui la padronanza della forma classica e la verve improvvisativa si fondono in un perfetto equilibrio. Si proseguirà poi con le Variations sérieuses op. 54 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, composte nel 1841 per contribuire alla raccolta fondi per l'erezione di un monumento a Ludwig van Beethoven a Bonn. Il titolo stesso, "sérieuses", fu scelto dall'autore per distinguere nettamente l'opera dalle tante variazioni virtuosistiche e disimpegnate che dominavano il panorama musicale del tempo. Mendelssohn sceglie la strada del rigore contrappuntistico, della profondità espressiva e dell'unita formale, guardando alla grande tradizione bachiana e alla lezione beethoveniana, in particolare alle 32 Variazioni in do minore. Il brano si snoda attraverso un tema seguito da 17 variazioni e da una travolgente coda finale: il tema, un Andante sostenuto, in re minore, presenta una struttura corale mesta, sobria e intrisa di cromatismi, dal carattere intimo e meditativo. Le prime 13 variazioni costruiscono un crescendo di complessità. Dapprima le variazioni si articolano il tema in arpeggi fluidi e ritmi serrati, la decima introduce un contrappunto fugato di rigore quasi bachiano, mentre la tredicesima lascia emergere un melos lirico e struggente sopra un accompagnamento in staccato. C’è poi un cambio di atmosfera, una parentesi lirica nella luminosa tonalità di re maggiore, pura ed eterea, per poi ripreparare la spinta drammatica. La Coda è una tumultuosa e virtuosistica sezione finale che condensa la tensione accumulata, chiudendosi con un declino dinamico che si spegne nel silenzio con due accordi pianissimo. Impegnativo il programma di Bruno Canino, che continuerà con le Quattro Ballate op. 10 di un Brahms appena ventunenne. Composte nell'estate del 1854 l’opera rappresenta uno dei momenti più intimi ed enigmatici della sua produzione pianistica giovanile. Il 1854 è un anno decisivo e drammatico, infatti, Robert Schumann, mentore e protettore del giovane compositore, è stato da poco ricoverato nel manicomio di Endenich dopo il tentativo di suicidio nel Reno, e Brahms si trova a Düsseldorf per sostenere la famiglia e la moglie di lui, Clara. La prima in Re minore un Andante è l'unica ballata con una fonte letteraria esplicita: la celebre poesia scozzese Edward, tratta dalla raccolta Stimmen der Völker in Liedern di Herder, che descrive il dialogo drammatico tra un madre e il figlio macchiatosi di patricidio. Il tema iniziale, spoglio e arcaico, evoca il canto dei bardi, la sezione centrale, un crescendo di accordi marziali dà vita all'angoscia della confessione prima di spegnersi in un desolato sussurro; la seconda in Re maggiore sostituisce la tensione tragica con una dimensione lirica e contemplativa, strutturata in forma di rondò cantabile, alterna una melodia serena e avvolgente a due episodi centrali più agitati e ritmicamente incalzanti, caratterizzati da serrati staccati e sincopi. La terza ballata è in Fa diesis minore ed è intitolata espressamente Intermezzo, caratterizzata per il suo carattere demoniaco e grottesco, con ritmi sbalzati e sonorità scure che dominano le sezioni esterne, mentre il Trio centrale offre una parentesi lirica e luminosa, sospesa in un'atmosfera quasi fantastica. La quarta ballata è in Si maggiore ed è un Andante con moto, il brano più lungo e introspettivo, caratterizzato da un lungo canto legato della mano destra accompagnato da arpeggi fluenti, la quarta ballata abbandona ogni velleità virtuostica per rifugiarsi in un'assorta e sognante meditazione, precorrendo il clima nostalgico degli ultimi Klavierstücke della maturità. Finale con il suo Debussy con Tre Préludes dal Secondo Libro (1913), uno spaccato ideale della varietà timbrica e drammaturgica del Deuxième Livre dei Préludes di Debussy. Il Maestro, inizierà Ondine, ispirato alla figura mitologica della ninfa d'acqua resa celebre dal romanticismo, da Friedrich de la Motte Fouqué ad Aloysius Bertrand, questo preludio evita la drammaticità cupa per concentrarsi sulla natura mutevole, seduttiva e sfuggente dell'elemento liquido, con un'oscillazione di terze e seste in tempo di 6/8 che evoca il continuo rifrangersi dell'acqua, attraverso scale pentatoniche ed esatonali per dipingere i riflessi di luce sulla superficie, chiudendo il pezzo con un dissolvimento quasi impercettibile. Seguirà Canope, riferito ai canopi, i vasi funerari dell'antico Egitto destinati a custodire le viscere dei defunti. È uno dei preludi più essenziali, intimi ed enigmatici di Debussy, retto da una serie di accordi paralleli di sapore arcaico e modale, che richiamano l'aurea staticità dell'antichità classica e la solennità di un rituale dimenticato, mantenuto quasi interamente su sonorità soffuse esplorante il concetto di tempo sospeso. Il Feux d'artifice chiuderà il concerto con virtuosismo pirotecnico attraverso glissandi, arpeggi velocissimi, trilli e tremoli che riproducono visivamente e acusticamente il lancio, l'esplosione e la caduta dei fuochi d'artificio.

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