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servizio di MAURIZIO SORRENTINO

La seconda dose di vaccino è arrivata in tempo: si parte anche quest’anno. Per prudenza viaggeremo in auto. Ci siamo coperti con una buona assicurazione ed eviteremo strutture alberghiere più grandi. Si parte, sfidando la “Delta”.

Con me e Mujer ci sono Gianni e Angela. Siamo ormai un quartetto collaudato e affiatato, una specie di Mamas&Papas, e mi riferisco, ovviamente, all’intesa musicale e vocale, giacché il citato quartetto non ci rappresenta affatto in tema di corna e litigi. D’altra parte le musiche che accompagnano i nostri viaggi sono di quell’epoca lì, dai Beatles agli Stones, da Venditti a De Gregori, da Paolo Conte a De André, senza trascurare Elvis, Dionne Warwick, Peter Frampton, Steve Wonder, The Band, gli Squallor e altre cose preziose del trentennio 60-90.

La prima tratta è la più lunga. Fortunatamente non incontriamo troppo traffico. Alle 19,30 siamo a Trieste. Il nostro alberghetto è vicino all’Arco di Riccardo, in pieno centro, alle pendici del colle di San Giusto. Comodo.

Mujer e io conosciamo un po’ la città. I nostri amici sono al primo passaggio. Ottima cena al “Malcanton”  (pesce freschissimo e ben cucinato) e quattro passi per le movimentate stradine del centro. Poi crolliamo e andiamo a nanna.

Al risveglio ci godiamo una sontuosa colazione al Caffè degli Specchi nella splendida piazza Unità d’Italia.D ecidiamo di prenotare un walking tour e ci lasciamo guidare da una biondina ventitreenne attraverso la storia e l’edilizia di questa città crocevia, molto più italiana di quanto essa stessa creda, confusa com’è tra rimpianti asburgici e influenze slave.

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(Trieste. La Risiera di san Sabba)

Il Castello Miramare richiederebbe almeno mezza giornata e Mujer ed io lo abbiamo comunque visitato nel 2019: dedichiamo il tardo pomeriggio al colle di San Giusto, a cui accediamo in ascensore. Un’occhiata alla cattedrale e poi passeggiamo sulle mura del castello, nelle cui feritoie i capperi hanno preso il posto dei cannoni. La sala delle armi e il lapidario con le iscrizioni romane non ci impressionano più di tanto. Il panorama che ci si offre dal bastione al tramonto, invece, ci affascina e ci stordisce, ricordandoci altre italiche costiere, come quella ligure e la nostra sorrentina-amalfitana.

La cena è all’ “osteria da Giovanni”: goulash, gnocco alle susine, un prosciutto cotto a ricetta segreta da non perdere.

Partiamo il giorno dopo per Pirano. Il viaggio è breve, così ci consentiamo due deviazioni: la prima è alla Risiera di San Sabba, il lager italiano che ci ricorda le atrocità nazi-fasciste; la seconda è nella ridente Muggia, cittadina turistica di confine in cui facciamo tappa per un pranzo veloce e per la ricerca di un tratto di lungomare al cui progetto di riqualificazione ha partecipato il nostro amico Gianni.

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(Muggia)

L’arrivo a Pirano non è semplicissimo. È domenica e la cittadina istriana è letteralmente invasa da gitanti. La Guest House che abbiamo prenotato (non un granché) ci fornisce un permesso di un’ora per scaricare i bagagli. Poi dobbiamo tornare al parcheggio “Fornace”, fuori città. Una navetta gratuita ci riporta nella Piazza dedicata al violinista Tartini, il vero cuore della città.

Pirano è veramente bella. Dalla serata di domenica è tornata vivibile: un borgo veneziano dall’amplissimo centro storico posizionato su una penisola che si allunga su un mare incontaminato. Non cercate spiagge perché non ce ne sono: quelle si trovano nella vicina Porto Rose. Qui a Pirano non c’è alcuna distinzione tra il bagnante e il cliente del bar o del ristorante, tra chi fa una passeggiata lato mare e chi si dedica all’abbronzatura. Con naturalezza scendi da una delle tante scalette, fai una nuotatina, ti asciughi in piedi o seduto su una panchina o su uno scoglio, e torni al bar.



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(Pirano)

Ci fermiamo tre notti, un tempo giusto per un giro in barca lungo la costa fino a Isola, una scalata fin sulle mura a godere il panorama, un paio di ottime cene al “Neptun” e qualche bella passeggiata alla chiesa di San Giorgio o lungo la strada che porta a Fiesa. Evitando il mese di agosto potrebbe valere la pena spendere qualche giorno in più da dedicare alle saline e alle spiagge di Fiesa e Porto Rose. Noi non ce l’abbiamo fatta.

Ripartiamo per Srima, una frazione di Vodice, Croazia. Sei giorni di mare e relax con escursioni notturne a Vodice e Sibenik, città che meritano la visita, anche se in questo periodo sono sovraffollate e poco attente alle misure anti covid. Menzione speciale per la disabitata isola di Tijat, paradiso dei diportisti, a cui accediamo con un taxi boat da Srima.

Valutiamo se dedicare una giornata al parco naturale di Krka, la piccola Plitvice, o al parco marino di Kornati. Rinunciamo a entrambi. Preferiamo goderci un giorno in più di questo mare cristallino e di questa spiaggia tranquilla dotata di tutti i confort. Finalmente rallentiamo. Pigre chiacchierate da ombrellone, qualche buon libro, passeggiate serali lungo il mare, accompagnati da una brezza leggera e piacevole. A Srima zero italiani. I villeggianti sono quasi tutti Croati e Sloveni, qualche tedesco e rarissimi francesi. Tutti molto educati e silenziosi, bambini compresi. Una vera goduria.

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(Srima)

Sfruttiamo anche l’ultima mattinata per un tuffo e, non ancora asciutti, ci avviamo verso Rakovica. La strada ci porta verso l’interno. Sui viadotti verso Zara il vento forte rende difficoltosa la guida. I monti si stagliano grigi all’orizzonte mentre attraversiamo baie e golfi col mare da entrambi i lati. Ci chiediamo se a ovest abbiamo l'Adriatico o magari si tratta di un lago di acque salmastre. Quando lasciamo l’autostrada il paesaggio diventa pedemontano, scarse coltivazioni e vaste spianate di erba alta. Le poche abitazioni che incontriamo sembrano di nuova costruzione, con facciate non intonacate, rifinite a mattoni rossi. Qualche rudere reca evidenti i segni della guerra che, su questo confine, allora croato jugoslavo, oggi croato bosniaco, ha lasciato parecchio dolore, come testimoniano i piccoli e isolati cimiteri in cui ci imbattiamo.

Superiamo l’ingresso del parco naturale e proseguiamo per sei o sette chilometri fino all’appartamento che abbiamo affittato a Rakovica. Anche qui, ottima scelta. In una villetta, a un chilometro dal piccolo centro, disponiamo di due comode stanze da letto, una grande cucina soggiorno, un solo bagno ma comodo e funzionale. Il tutto arredato con gusto e dotato di tutti i comfort. La grande terrazza attrezzata con divanetti e tavolino, poi, è la ciliegina sulla torta, insieme al silenzio e all’aria fina di collina.


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(Plitvice)

Il giorno seguente tentiamo inutilmente l’ingresso al parco. Gli accessi sono limitati. La biglietteria riaprirà alle 12.00, ma c’è già una fila che ci induce a ritenere che non riusciremo a rientrare nei 200 posti disponibili. Dal cellulare compriamo on line i biglietti per i due giorni successivi: eviteremo così la fila e faremo le cose con calma. Mujer e io siamo stati qui trent’anni e due figli fa. Ricordiamo bene che visitare tutto in un solo giorno fu un impegno non replicabile all’età attuale: visto che abbiamo tempo sarà meglio ripartire lo sforzo su due giorni.

Per il pomeriggio della nostra prima giornata qui a Plitvice escludiamo rafting e gite a cavallo e optiamo per le grotte di “Barac”. Il prato e il bosco di larici all’esterno della grotta sono perfetti per il pic-nic e ne approfittiamo prima di affrontare il buio e i pipistrelli. Il biglietto per le grotte include la guida in inglese. Indossiamo l’elmetto da speleologi e la memoria torna inevitabilmente a quando abbiamo conosciuto Gianni e Angela, alla prima escursione fatta insieme, alla miniera d’argento di Saint Michel (Austria), anche là con tanto di impermeabile giallo e analogo copricapo.

Il percorso è interessante. In fondo alla caverna, a circa 500 metri dall’ingresso, la guida ci raccomanda di restare in silenzio, in piedi e immobili. Poi spegne l’illuminazione artificiale e, al fine di spiegarci il ritrovamento nella grotta di resti umani e di animali di grandi dimensioni, ci fa fare per trenta lunghissimi secondi l’esperienza dell’assoluta oscurità. Smarriamo rapidamente le coordinate spazio temporali e comprendiamo come, una volta allontanatisi dall’ingresso e perso il riferimento della luce esterna, uomini e bestie siano rimasti intrappolati.

Per la cena consigliatissimo il “Degenija”. Lunghe file dalle 17 alle 21.30, ma dopo quell’ora si trova posto e si mangia benissimo.

Il giorno successivo siamo finalmente ai laghi. Un pizzico di emozione e una tempesta di ricordi per noi.

 

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(Plitvice)

Una trentina di anni fa, credo fosse il 1990, io e Mujer, che era già mia moglie ma non era ancora Mujer, eravamo diretti qui a bordo di una Fiat Tipo, decisi a visitare i laghi di cui Tiho, il proprietario della stanza che avevamo affittato a Mlini (posto del cuore a tre chilometri da Dubrovnik), ci aveva parlato con entusiasmo. Venivamo da Primosten. Sulla costa non c’erano autostrade e le comunicazioni nord-sud erano affidate a una strada statale a due sole corsie piuttosto ampie. Mujer mi guidava, cartina alla mano (non c’erano GPS né cellulari), lungo una statale disegnata in rosso che puntava verso i laghi.

Avevamo già piegato verso i monti quando un posto di blocco della polizia ci impedì il passaggio e ci deviò di nuovo verso la costa. Dalla risposta fornita, in inglese stentato, alla nostra richiesta di spiegazioni capimmo che in zona era in corso un conflitto a fuoco tra serbi e croati. Stavamo quasi per rinunciare alla visita quando Mujer scovò sulla cartina una minuscola stradina gialla che sembrava portare ai laghi. Con giovanile incoscienza decidemmo di seguirla. Dopo qualche chilometro la strada divenne stretta, sterrata e senza parapetto. La salita continuava tra tornanti e curve. Impossibile tornare indietro. Eravamo i primi di una lunga fila di automobili, non c’erano spazi per un’inversione. La preoccupazione divenne terrore quando, ormai in cima al monte, ci imbattemmo in un albero caduto che bloccava la strada. Fortunatamente c’erano già al lavoro degli operai (o forse delle guardie, non ricordo bene) che in una ventina di minuti liberarono la strada. Dopo qualche chilometro iniziò la discesa verso il fondo valle e potemmo raggiungere i laghi dal lato opposto. Allora non c’erano i portali di prenotazione on line e a Plitvice non c’erano alberghi. L’ufficio turistico ci indirizzò a una casa presso la quale affittammo una stanza con l’uso del bagno in comune con gli occupanti di un’altra stanza. Ci fermammo per due notti e concentrammo il giro del parco in una sola giornata. Una ventina di chilometri, più o meno. Vesciche ai piedi, ma ricordi bellissimi.

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(Plitvice)

All’epoca in zona c’erano due soli ristoranti, entrambi strapieni. Non si poteva avere un tavolo per due. Ci fecero accomodare insieme a quattro ragazzi di Modena che erano arrivati lì percorrendo la nostra stessa strada da incubo.

"Abbiamo visto una Tipo Bianca targata Napoli che si avviava senza tentennamenti e abbiamo pensato di seguirla", ci spiegarono.

Scoprimmo così di aver portato a Plitvice, con la nostra intraprendenza (o incoscienza, giudicate voi), un bel po’ di gente.

Ora siamo qui di nuovo. Lo spettacolo offerto da questo paradiso non è cambiato per certi versi, è cambiato molto per altri.

Ovviamente la natura dei luoghi è la medesima e va detto che in questi trenta e passa anni è stata anche attentamente preservata. Le strutture realizzate nel parco per i servizi di ristorazione e i bagni sono ben curati e rispettosi dell’ambiente. Vialetti in pietra hanno sostituito diversi sentieri sterrati che attraversavano i boschi e portavano a cascate o punti panoramici. Le passerelle in legno mi sono sembrate più numerose e i percorsi meglio definiti: inevitabile visto il numero dei visitatori, che mi è parso più che centuplicato. Ricordavo sul lago Kozjak un solo battello elettrico a fare la spola e qualche vecchia foto mi conferma che a bordo eravamo forse una decina, non di più. Ora il lago è percorso da decine di queste imbarcazioni strapiene, mentre sulle passerelle del percorso pedonale si rimane spesso bloccati a causa della folla intenta a fotografare o guardare o semplicemente incurante del tempo e dei diritti altrui.

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(A Plitvice)

Ciò detto si tratta di un posto unico al mondo, che vale sempre la visita. Non sono affatto pentito di esserci tornato e aver rinverdito un ricordo così bello.

Mi è anzi venuta voglia di rivedere anche Mlini, Dubrovnik, Cettinje, Kotor, Split, Trogir, Primosten, Sveti Stefan, Mostar, tutti quei posti, insomma, conosciuti trent’anni fa, in quel viaggio indimenticabile e avventuroso, in cui l’unica sciocchezza fu quella di non visitare Sarajevo, la cui bellezza la guerra ha perduto per sempre.

La nostra quarta e ultima notte a Rakovica è terminata. Alle 9.00 ci rimettiamo in macchina per cominciare il viaggio di ritorno. I polpacci sono indolenziti: l’app del cellulare ci segnala 12.000 passi ieri ai laghi inferiori e 18.000 passi avantieri, ai laghi superiori.

Troviamo qualche rallentamento alla frontiera con la Slovenia, poi traffico abbastanza scorrevole. Arriviamo ad Arezzo, ultima tappa, verso le 20.00. Abbiamo prenotato un comodo Hotel con annesso ristorante all’uscita dell’autostrada.

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(Plitvice)

Siamo stanchi, non ci va di andare in città. Ceniamo all’Osteria vicina all’albergo, ed è una buona idea. Era da Pirano che non mangiavamo un buon primo e qui tra tagliolini al tartufo, ravioli al limone e pici al ragù d’anatra non ci facciamo mancare nulla.

Siamo pronti al rientro. Il viaggio da Arezzo verso casa scorre rapido. Siamo già proiettati sui nostri prossimi impegni: il lavoro, i nostri anziani più o meno acciaccati che per due settimane abbiamo lasciato al caldo torrido di questa estate e alle cure di fratelli e badanti, i figli alle prese con l’occupazione precaria dei nostri tempi.

"Voi a settembre cosa fate? Si potrebbe organizzare un week-end nel Cilento…", chiede Angela.

"A ottobre dobbiamo assolutamente andare alle Ciampate del Diavolo!", rincara Gianni.

"Io e Mujer abbiamo lasciato una settimana di ferie per settembre… Vediamo la situazione Covid e decidiamo", rispondo io.

Veho, ergo sum.

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