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I FEMMENIELLI, TRA STORIA ED ARTE, DA ANNIBALE RUCCELLO A PINO DANIELE

“E mi chiamerò Teresa, scenderò a far la spesa, mi faccio crescere i capelli, metterò i tacchi a spillo, inviterò gli amici a casa a passare una giornata senza avere la paura che ci sia una chiamata e uscire poi per strada e gridare so’ normale! e nisciuno me dice niente e nemmeno la stradale”. così cantava con quella sua spensieratezza e di napoletanità, Pino Daniele nel 1981, nella canzone Chillu è nu buon guaglione, ridando dignità a persone “schiacciate” da un’identità sessuale che non sentono propria, senza pietismi o compassione.

I femminielli sono una tradizione solo partenopea. Dal punto di vista biologico-anatomico, pur essendo degli uomini, non si percepiscono come tali: si “sentono” delle donne, parlano, muovono e si abbigliano come se lo fossero. E non vanno confusi con i gay ed i transessuali. Il primo a descriverli fu lo scrittore Giambattista Della Porta, che parlava di maschi vestiti da donna, che passano la giornata a fare lavori e discorsi da donne.

Nonostante trucco pesante, abbigliamento non proprio raffinato, movenze spesso caricaturali, i femminielli a Napoli non sono mai stati guardati con diffidenza, a differenza invece di altre città, dove si pensava fossero posseduti da spiriti maligni e dove si gettatavano loro pezzi di finocchio (da qui il termine dispregiativo che alcuni usano per indicarli).

le rose di jenniferAlla base dell’indulgenza oltre alla loro gaiezza e disponibilità a fungere da factotum c’era la convinzione che incarnando sia l’identità maschile che quella femminile, recavano in essi il divino; da questa presunta natura “magica” scaturiva la loro legittimazione sociale nonché la convinzione radicata di portatori di fortuna tant’è che venivano posti nelle loro braccia i bambini appena nati come augurio di buona sorte.

Luogo di culto dei femminielli è da quasi mille anni, il santuario di Montevergine, la Mamma Schiavona, la Madonna Nera che accoglie tutti, indistintamente. Non a caso ogni anno alla festa della Candelora, il 2 febbraio è diventato, per migliaia, non solo un culto religioso ma anche una battaglia culturale per rivendicare i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, in ricordo della “cacciata dei femminielli” nel 1296 da parte dell’abbate Tarcisio Nazzaro, perché non degni di entrare in chiesa.

"Ma è nell’arte che la figura del femminiello è diventata celebre. Nella pittura, ad esempio, con la celebre tela di Giuseppe Bonito, uno dei migliori rappresentanti del genere popolaresco, forse il più importante dell'Italia meridionale del Settecento.

Ma anche tanto teatro: basti pensare a Roberto de Simone nella La Gatta Cenerentola, alla Bambenella e ‘ngoppe e quartieri di Raffaele Viviani, alla “figliata dei femminielli” di Curzio Malaparte dove durante la Seconda Guerra Mondiale i femminielli affermano pubblicamente la loro appartenenza al genere femminile.

femminielli napoletani anni 50Quando però nel 1975 fu pubblicato “Scende giù per Toledo”, un romanzo di Giuseppe Patroni Griffi, con la storia di Rosalinda Sprint, un femminiello partenopeo, dalla vita colorita, triste e scandalosa, e poi qualche anno dopo, nel 1980 fu messo in scena “Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello, si capì che quei due lavori erano diventati uno spartiacque; quel mondo di femminielli, stava finendo. La nuova Napoli teatrale poneva al centro strade, piazze, colori e suoni della Napoli contemporanea: il femminiello lasciava il posto al travestito, espressione di una napoletanità buia, a un passo dall’emarginazione. Erano temi delicati, forti emblemi della fragilità e disillusione di un'intera città. Ne fu esempio assoluto, Le Cinque rose di Jennifer (1981) primo capolavoro del grande commediografo, attore e regista stabiese Annibale Ruccello, morto nel 1986 a soli 30 anni. La storia del travestito Jennifer che fa la vita, nella Napoli fine anni ’70, in un quartiere dove i ‘femminielli’ vivono la loro condizione di passioni e squallore kitsc; dove la vera protagonista è la solitudine, il senso di abbandono non della sola Jennifer, ma di tutti quelli che vivono quella sua stessa condizione dove travestirsi non è più una scelta, bensì un’imposizione. Jennifer incarna la smarrita identità culturale di Napoli negli anni Settanta-Ottanta. diventa il simbolo di una città auto-emarginata, abbandonandosi nell’attesa di un ipotetico roseo domani. Ruccello nel testo non descriveva Napoli, ma puramente e semplicemente era Napoli.

*docente di Marketing Territoriale