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EDI(P)PO va in scena al Tram da giovedì 16 a domenica 19 novembre 2017. È una riscrittura in chiave farsesca dell’Edipo Re. L’assunto di partenza è l’irreperibilità ai giorni nostri del dittico potere/responsabilità.

L’obiettivo del novello Edipo è questo: evitare ogni responsabilità, rimandare quanto è possibile la soluzione dei problemi, tirare a campare. La vicenda inizia con la peste e il tentativo di scoprirne le cause tramite i vaticinii riportati da Creonte, andato per suo conto all’oracolo di Delfi. L’Edipo Re inizia così, ma la nostra storia prende una diversa piega molto in fretta: Creonte cade da cavallo alle porte di Tebe, appestato anche lui. Il solo messaggio che riesce a verbalizzare è oscuro e tutto da interpretare: “tre soli fonemi articola il caduto…A…I…O!” Tutto inizia e finisce con profezie male interpretate o volutamente distorte. Restano in ballo le questioni poste dall’originale di Sofocle, ma date le premesse cambieranno le soluzioni. Edipo finirà come molti capi del nostro tempo: dall’assoluta inconcludenza alla glorificazione per eccesso di dabbenaggine dei sudditi. Alla fine tutti felici e contenti, come in ogni farsa che si rispetti, in attesa che la peste si risolva da sé: un classico del nuovo millennio.

Note di regia: La condanna che l’Edipo Re di Sofocle si infligge con l’accecamento e l’esilio è un atto politico di testimonianza. Il suicidio di Giocasta la restituisce alla natura: si impicca la madre incestuosa, non la regina. Edipo resta invece un uomo della polis, un politico nell’accezione più alta del termine: la sua assunzione di responsabilità è assoluta. Un Edipo sconvolto e suicida sarebbe umanamente comprensibile, ma il punto chiave della tragedia è nella sillaba che chiude il titolo: Re, ovvero uno che deve restare un esempio tanto nella vittoria quanto nel peggiore dei fallimenti. La polis si fortifica con qualcuno o contro qualcuno. Detto altrimenti: ogni comunità si definisce sulla base di regole e proibizioni condivise; chi detiene il potere dovrebbe incarnarle entrambe. Edipo lo sa e ne accetta il peso, contro se stesso, per la città. Questo Edi(p)po è invece poco più che una bestia affamata, per la quale, con le parole di Giocasta: “…non occorre avere coraggio, bastano complici discreti e nessuna vergogna per farsi re”. E’ il ritratto di uno dei tanti sovrani che eleggiamo di tanto in tanto, quasi per acclamazione; in una cornice di tragedia farebbero una magra figura,  ma una farsa può accoglierli comodamente.