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“Il momento repressivo è necessario per colpire gli imprenditori criminali e prevederne l’espulsione dal mercato. È solo così, infatti, che si può garantire la leale concorrenza fra le imprese”, ha affermato al Forum internazionale PolieCo, Alessandro Milita, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e già pm del processo che ha condotto alla sentenza storica di condanna nei confronti dell’imprenditore ecomafioso Cipriano Chianese, per disastro ambientale ed inquinamento della falda acquifera.

“Sui delitti ambientali e gli strumenti normativi a disposizione dei magistrati, la nuova legge sugli ecoreati in parte ha migliorato, ma in parte ha anche reso più difficile le indagini – ha detto Milita - il riordino della materia e nuovi elementi consentono, ad esempio, una normativa stabile aiutando l’investigatore ma, al contempo, ci sono norme di difficoltosa interpretazione e la Cassazione si è già espressa in tal senso in qualche sentenza”.
Milita ritiene che il legislatore debba intervenire sui delitti già realizzati ma non ancora accertati.
“Una serie di delitti, di “bombe chimiche”, se così possiamo definirle, inesplose o parzialmente esplose, che si trovano in varie zone del nostro territorio – spiega il magistrato – E in questi casi il problema è quello di considerare il delitto ancora in piedi poiché, anche se è stato compiuto decenni prima, non si è ancora manifestato”.

Per il magistrato Gianfranco Amendola, già procuratore capo di Civitavecchia, autore di migliaia di inchieste sulla tutela dell’ambiente, “la nuova legge sugli ecoreati paradossalmente ha finito per fornire solo una procedura per evitare ai responsabili degli ecoreati il processo penale”.

“A far danno - secondo Catello Maresca, sostituto procuratore presso la Dda di Napoli - non sono solo i reati commessi dagli ecomafiosi ma anche l’assenza della tutela ambientale fra le priorità nell’agenda politica del nostro Paese”.