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Al giorno d’oggi sono sempre più le inchieste che, esulando dagli uffici della Procura, vengono date in pasto ai media attraverso programmi televisivi come Striscia la Notizia o Le iene. Anche in questo caso, tuttavia, bisogna rispettare diritti personalissimi quali la tutela del proprio nome. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 3426/2018. 

La pronuncia in questione si riferisce ad una vicenda che ha visto protagonista un soggetto che, suo malgrado, si è ritrovato in onda su “Scherzi a parte” con nome e cognome bene in vista. In particolare, i dati del malcapitato venivano associati alla localizzazione del proprio studio professionale di odontoiatra, in un contesto peraltro del tutto estraneo al relativo ambito lavorativo.

La Suprema Corte ha precisato che al professionista deve essere riconosciuto il diritto a tutelare la propria privacy dall’esposizione mediatica non autorizzata del proprio nominativo. Infatti, il soggetto non ha prestato alcun consenso né forma di “esibizionismo e/o intromissione in campi e ambienti diversi da quello strettamente professionale”. Pertanto a quest’ultimo va riconosciuto il risarcimento del danno da sofferenza morale patito a seguito della lesione dell’interesse protetto.

Corretto, dunque, l’operato della Corte d’appello di Roma, che aveva ritenuto fondato il riscontro di tale danno a protezione del diritto alla riservatezza. Ciò che emerge ancora una volta è l’esigenza di trattare con garbo la divulgazione di dati “intimi” come il nome e cognome, anche quando l’emittente televisiva la ritiene non nociva ed innocua. La norma di riferimento, infatti, è ancora una volta l’articolo 2 della Costituzione, che ricomprende la protezione dei dati personali dell’individuo tra i diritti fondamentali da tutelare.

Ne consegue che il giornalista o l’emittente che, in base ad una valutazione discrezionale acquisiscono, selezionano e pubblicano i dati utili ad informare la collettività su fatti di rilevanza generale, si assumono al contempo la responsabilità del proprio operato.