di ILARIA DIOGUARDI*

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“Mentre nel bullismo tradizionale suonava la campanella all’ora di pranzo, si tornava a casa e fino alla mattina dopo c’era un po’ di tregua, ora è continuo e costante. La vittima di cyberbullismo tiene sotto controllo i commenti che la riguardano anche di notte. La continuità del digitale ha cambiato completamente il quadro del fenomeno. Tutti ci stiamo chiedendo come contrastarlo, si sta dimostrando molto più potente di quanto si prevedeva” ha affermato in un’intervista a Reti Solidali Giovanni Ziccardi, Professore di Informatica Giuridica all’Università degli Studi di Milano, tra i relatori dell’incontro “‘Io ti odio’: conversazioni su cyberbullismo e linguaggio estremo”, moderato dal giornalista Antonio Sofi ed organizzato da Famiglia Punto Zeronell’ambito del REF Kids, novità del Roma Europa Festival 2017.

Nel libro “L’odio on line. Volenza verbale e ossessioni in rete” (Raffaello Cortina Editore) Ziccardi cerca di affrontare la natura dell’odio tra adolescenti e bambini; secondo l’ultima indagine Istat sull’uso delle tecnologie da parte degli italiani, il cellulare nel 2016 era regalato dai genitori già a sette anni e mezzo. «Di conseguenza, i ragazzini di 13-14 anni hanno già diversi anni di attività on line e, quindi, manifestano determinati comportamenti».

TECNOLOGIA ED ODIO. Amplificazione, persistenza, viralità dell’odio e effetto disinibitorio: sono tre gli ambiti dell’odio che le tecnologie hanno modificato, e che stanno caratterizzando anche il cyberbullismo, quindi il rapporto tra gli adolescenti. 

«Il primo è la capacità di amplificazione del messaggio, che non è mai stato così potente: la vittima di cyberbullismo lo percepisce con una violenza e una forza, come mai prima», ha spiegato il Professor Riccardi. «Il secondo ambito è la persistenza dell’espressione di odio: non c’è più possibilità di tornare indietro. Una volta che la fotografia, il video, la violenza verbale circolano in rete non c’è più modo di ritirarli. Una volta molte liti, tra adolescenti, si esaurivano in poco tempo, si chiedeva scusa e tutto finiva lì. Oggi la persistenza del digitale fa sì che la violenza rimanga e non se ne abbia più il controllo. Il terzo è la socializzazione dell’odio: non è più “uno contro uno” ma è un odio correlato a gruppi, viene condiviso, “likato”, è un fenomeno circolare che non viene più contenuto in un rapporto interpersonale».

In più c’è un effetto disinibitorio del mezzo tecnologico. Davanti al computer molte persone sono portate a tenere toni, comportamenti, dialoghi completamente differenti dalla presenza fisica. «Un ragazzo, ad un incontro organizzato in una scuola, mi ha detto: “Noi odiamo per avere consenso nel contesto in cui operiamo (con like e condivisioni). Se lei, professore, avesse un infarto io potrei filmarla mentre cerco di rianimarla, avrei 4000 visualizzazioni. Se, invece, la filmo mentre lei muore, senza intervenire, raggiungerei 4 milioni di visualizzazioni, anche i quotidiani on line inserirebbero il video nelle loro home page”. Bisogna educare ad un uso responsabile delle tecnologie».

TRE VIE CONTRO IL CYBERBULLISMO. «La prima strada, secondo me, che può portare a combattere questo fenomeno è l’educazione, ma non digitale: il cyberbullismo ha alla base problemi di educazione tradizionale, quindi di ritorno alla legalità, educazione di rapporti affettivi e nelle relazioni tra adolescenti, con i genitori e con gli insegnanti. L’educazione include anche la contronarrazione: bisogna cercare di combattere le espressioni di odio e di bullismo con dialoghi pacati, cercando di fare reinserire il bullo nel contesto sociale, recuperarlo e riportarlo alla ragione. Quindi bisogna agire con azioni mirate a far combattere i comportamenti», ha detto Giovanni Ziccardi.

«Il secondo ambito è il diritto: bisogna capire se ci sono (o se ci debbano essere) delle leggi che facciano capire che oltre un certo limite si è in presenza di veri e propri crimini, quindi di espressioni diffamatorie o di tentativi di estorsione (ad esempio, nella richiesta di foto o video). Il diritto deve essere usato “chirurgicamente”, si rischia di violare i diritti di libertà di manifestazione del pensiero.

l terzo grande ambito è la tecnologia stessa: perché non possiamo usare la migliore tecnologia esistente per cercare di arginare questi fenomeni, mappare, taggare e individuare le espressioni di odio, cercando di filtrarle nell’ambito dei social? Bisognerebbe chiedere alle piattaforme di intervenire con algoritmi che possano aiutare a veicolarle».

Esistono molti tentativi di algoritmi, il problema è che il linguaggio di odio è uno dei linguaggi più difficili da trattare in maniera automatizzata, non corrisponde a parolacce o parole violente, l’odio si può veicolare anche con espressioni comuni. «I programmi arrivano a circa il 70% di correttezza e al 30% di falsi positivi, ciò vuol dire che il 30% di tutte le informazioni verrebbero censurate per errore e questo è inammissibile.
In alcuni periodi storici, i tre ambiti non procedono insieme, l’unico modo per cercare di sconfiggere i fenomeni di cyberbullismo è un’operazione di dialogo costante tra le tre aree».

 IL VALORE DEL BUON ESEMPIO. «Nell’uso delle tecnologie il più grande metodo di educazione è l’esempio, è sempre stato così. Molti adolescenti che fanno un uso sbagliato dello smartphone hanno genitori che ne fanno un uso sbagliato: non si può pretendere che un figlio non mandi messaggi mentre sta pranzando quando tu genitore sei il primo a farlo», ha affermato Ziccardi.

I genitori di bambini di 7-8 anni sono già una generazione molto pratica di tecnologie, le usano già da 10-15 anni e spesso non si rendono conto dell’esempio che stanno trasmettendo. «Se chi è attorno ai ragazzi è il primo a dare un esempio di un uso delle tecnologie intelligente, come per magia anche gli adolescenti ne faranno un uso intelligente. Molti fenomeni di cyberbullismo avvengono dopo cena, quando i ragazzini vanno nelle loro camerette, tutti tengono il telefonino sul comodino: già quello è un comportamento incredibile. Una semplice regola, da parte dei genitori, di spegnere i cellulari alle 19,30-20 e fare vita in famiglia, porterebbe il ragazzo a spegnere il telefono. Altrimenti, la risposta sarebbe “se tu sei il primo a chattare e messaggiare di sera e di notte perché non dovrei farlo io?”

Oggi la tecnologia è basata sugli esempi. L’esempio dell’uso delle tecnologie che viene dalla politica, dalla televisione, dalla famiglia, dalla scuola (anche gli insegnanti che tengono il cellulare in classe e chattano, non sono un buon esempio) è sbagliato, anche nei toni. Una volta si diceva che se un genitore portava il proprio figlio nelle curve dello stadio, dove c’è il tifo più violento, anche quel bambino sarebbe diventato violento. Se un genitore usa un linguaggio di odio su Facebook, ad esempio, il figlio lo legge e si sposta nel bambino quel tipo di linguaggio. Quando si dà uno smartphone in mano ad un bambino, gli si dà un’arma, ma quella stessa arma ce l’hanno anche i genitori e gli insegnanti. L’esempio è la parte più importante nella battaglia al cyberbullismo ed è la più difficile: nessuno vuole rinunciare ai benefici della connessione e del contatto». 

Ci sono, a volte, proposte che vogliono consentire l’uso del cellulare nelle scuole medie. «Le trovo molto intelligenti, ma presumono un controllo costante dell’uso del telefono», ha detto Ziccardi. «Tutti siamo d’accordo che un bambino di 11-14 anni possa avere nel suo smartphone la più grande enciclopedia esistente, che gli possa togliere tutti i suoi dubbi ed aumentare la sua cultura, ma nello stesso tempo tutti vogliamo che quel bambino non lo usi per distrarsi e neanche che diventi uno strumento di controllo dei genitori su di lui. È molto difficile mediare l’utilità indubbia di una tecnologia in grado di cambiare le culture, il mondo, di far crescere le persone, di prospettare lavori nuovi con il rischio di banalizzarla e di avere cattivi esempi nell’utilizzo.
Mentre noi parliamo la tecnologia va avanti, perché si sviluppa senza chiedere il permesso. Controbattere l’onda è impossibile, va seguita. Dobbiamo essere abbastanza smart per adattare la tecnologia alla nostra realtà, è complicatissimo. Se si vieta ad un figlio di avere uno smartphone, quel ragazzino combatterà tutto il giorno per trovare il modo di averlo, di nascosto dai genitori perché tutti ce l’hanno».

LEONI DA TASTIERA. «Non siamo diventati più cattivi all’improvviso, lo siamo sempre stati», dice Federico Ruffo, giornalista e inchiestista di Raitre. «Solo che prima le discussioni le facevamo nelle tavolate a cena, nei bar. Oggi il bar è diventato tutto il mondo e ce l’hai in tasca 24 ore su 24. Sto ultimando, per Raitre, “Far web”, un programma di inchieste sui cosiddetti “haters”, quelle persone che passano la giornata sulla rete, sui social, insultando. Molte persone in rete si sentono “leoni da tastiera”, ma nessuno di loro nasce cattivo e nessuno di loro ha la reale percezione di quello che fa».

«Ci siamo dimenticati di insegnare ai nostri figli la bellezza dei sentimenti, guardandosi negli occhi», afferma Roberto Giuli, sostituto commissario della Polizia di Stato, compartimento Polizia postale e delle comunicazioni di Roma. «Quando facciamo vedere ai genitori di cyberbulli le conversazioni dei figli, ci dicono tutti “non è possibile, questo non può averlo scritto mio figlio, lui non è così”. Nel mondo virtuale tutti possono essere cyberbulli, protetti da uno schermo e dall’anonimato: è l’effetto della de-responsabilizzazione. Non dobbiamo demandare ad altri le colpe. Dobbiamo capire noi se siamo pronti per dare uno smartphone a nostro figlio, se gli abbiamo trasmesso gli strumenti giusti per un uso corretto».

È possibile denunciare episodi di bullismo con la nuova applicazione “You Pol”, creata dalla Polizia di Stato, pensata soprattutto per i giovani. Può essere scaricata su ogni smartphone e tablet, al momento è operativa nelle città di Roma, Milano e Catania, nell’arco del 2018 sarà operativa in tutta Italia.

*www.retisolidali.it