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La lotta alla disoccupazione è da sempre considerata la più grande battaglia di cui lo Stato si fa carico: l’utilizzo di ammortizzatori sociali, di sussidi e altre forme di sovvenzioni restano alla base del sistema garantista italiano, il quale provvede, per un determinato periodo di tempo, al mantenimento di chi ha perso il lavoro, o di chi, per gravi situazioni, è costretto a percepire una pensione minima. 

Dati alla mano, il sud Italia ha raggiunto lo spaventoso record di disoccupazione giovanile: il 50% dei giovani, un ragazzo su due, non ha lavoro. Naturalmente i dati sono sempre riferiti alla realtà “lecita”, escludendo il lavoro nero, il quale probabilmente occupa una fetta enorme dei lavoratori. Lo Stato, oltre all’erogazione di sussidi, provvede in altro modo per favorire il lavoro?

La creazione dei CPI(Centri Per L’Impiego), i quali hanno sostituito i famosi uffici del collocamento, sono dei luoghi dove la domanda e l’offerta di lavoro vengono ad incontrarsi: lo Stato, con l’ausilio della Pubblica Amministrazione, si pone da intermediario tra chi chiede e chi dà lavoro. L’analisi qui esposta verterà sul centro per l’impiego di Fuorigrotta che, assieme ad altre due strutture, rappresenta il fulcro dell’attività della P.A. in ambito lavorativo a Napoli.

La situazione è davvero surreale: per iscriversi presso i registri la procedura da seguire è semplicissima, basta portare documento e codice fiscale. I dipendenti addetti al servizio di registrazione sono 3, i quali, con fare metodico ma abitudinario, svolgono la procedura, ma stentano a rispondere alle domande poste. In particolare, ciò che salta subito all’occhio, è la diffidenza nel soddisfare curiosità o perplessità degli iscritti. Probabilmente, nemmeno i dipendenti sanno a cosa serve precisamente iscriversi presso i Centri per l’impiego. Parliamo sempre con i dati, i quali rafforzano la tesi: in Italia, nonostante l’ingente quantità di denaro pubblico speso per gli ammortizzatori sociali(nei quali rientrano i CPI), al di sopra addirittura della media europea, la mediazione svolta all’interno degli uffici tra domanda e offerta di lavoro si aggira sul 4%. Ciò significa che, in un apparato burocratico costituito da 9 mila persone, solo il 4% della domanda – offerta lavorativa italiana passa presso i CPI.

Con questi dati alla mano, ho chiesto chiarimenti a chi di dovere: la risposta, dataci da un impiegato del centro di Fuorigrotta, ha ridimensionato la statistica, in quanto, a detta del dipendente, si tratta di “ dati che vengono raccolti in maniera errata o quantomeno contestabile. Il nostro mestiere è creare le condizioni di maggiore occupabilità”, prosegue dicendo che, “l’intermediazione non è l’attività principale dei CPI. La missione è quella di fornire orientamento al lavoro, per condurre le persone a comprendere il loro percorso professionale, prendere consapevolezza di eventuali lacune affinché esse siano colmate. I CPI promuovono corsi di formazione, voucher formativi, tirocini, seminari, tutto questo lavoro va a formare il complesso dei servizi per l’impiego”.

Senza contestare quanto dichiarato dal lavoratore, il quale, come ben si evince, è semplicemente un funzionario, non responsabile direttamente dell’operato della P.A., il dissenso a queste affermazioni può essere facilmente ritrovato. Sempre tramite l’utilizzo dei dati raccolti, si può agevolmente verificare come solo meno della metà degli iscritti ai CPI sono stati richiamati per sostenere un colloquio, e di questi, solo 1 su 10 ha ottenuto un’offerta di lavoro, un tirocinio, uno stage. Risulta palese quindi una grave deficienza del sistema, ancora più palese se analizziamo il rapporto dei disoccupati iscritti con il numero dei dipendenti: 1 su 254 iscritti. Il paradosso è gigantesco: nonostante si investa molto di più rispetto ad altri paesi europei, il rapporto tra richiedenti un servizio ed addetti allo stesso genera una disuguaglianza abissale; giusto per fare un esempio, gli impiegati nei CPI in Germania sono 74mila(il rapporto è di 24:1), contro i 9mila italiani.

La modesta capacità dei centri pubblici d'intermediare la domanda e l'offerta di lavoro deriva anche dall'assenza, tra i loro clienti, delle aziende del territorio in cui operano: la maggioranza dei centri per l'impiego italiani non offre alle imprese un servizio per la copertura dei posti vacanti e quindi non è in grado di proporre ai disoccupati registrati offerte di lavoro. Risulta, in definitiva, molto semplice capire come la situazione dei CPI sia al tracollo: assenza di informazione da parte di chi si iscrive e di chi dovrebbe provvedere al collocamento; mancanza di fondi, di piani concreti, ma soprattutto mancanza di personale, che si ripercuote inesorabilmente su chi dovrebbe godere del servizio pubblico.

L’analisi del centro di Fuorigrotta ha permesso una digressione più approfondita su tutti i Centri per l’Impiego presenti sul territorio statale. Come stesso è stato affermato da chi ci lavora e convive con questo disagio, l’assenza di nuove assunzioni all’interno dei CPI si traduce nell’erogazione di un servizio fatiscente. Risulta quindi molto più conveniente per il bilancio pubblico spendere di più per rafforzare i Cpi, per spendere molto meno per i sussidi di disoccupazione.