Mentre il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj, che rappresenta il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, volava a Mosca per incontrare il presidente Vladimir Putin – ma ha poi potuto incontrare soltanto il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov – nella città contesa accadeva di tutto. Ancora una volta, infatti, le milizie che si oppongono al premier tripolino e che sono capeggiate da Khalifa Ghwell, hanno sfruttato l’assenza di Serraj per far sentire tutto il peso.

Secondo quanto riferito dall’ex leader dell’Alta Commissione per la sicurezza di Tripoli, Hashem Bashar, le forze di sicurezza della capitale che rispondono a Serraj sarebbero in stato d’allerta da sei giorni: sono infatti scattate cosiddette “attività straordinarie del ministero dell’Interno e della Difesa”, per garantire il mantenimento di condizioni di sicurezza “accettabili” nella periferia di Tripoli, che allo stato attuale sarebbe minacciata dalla presenza di non meglio precisate “milizie rivali”.

Da giorni, secondo fonti governative, Tripoli sarebbe attraversata da convogli e mezzi militari che hanno chiuso le strade principali in vista di un “imminente scontro tra milizie”. La settimana scorsa, almeno dieci persone avevano perso la vita negli scontri a fuoco avvenuti nella zona di Abu Salim, periferia meridionale di Tripoli, tra le forze del governo Sarraj e la brigata Salah al-Bakri, legata al governo di salvezza nazionale dell’islamista Khalifa Gwell.

Fayez al-Sarraj nel frattempo è rientrato da Mosca, dove il 2 e 3 marzo ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e non, come originariamente dichiarato dallo stesso Sarraj, il presidente Vladimir Putin. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Cremlino, la Russia ha interesse a che l’area si stabilizzi presto e il governo sta agendo affinché in Libia possa stabilirsi presto un’autorità solida, in grado di avviare il processo di ricostruzione. La visita di Sarraj in un paese che da tempo sostiene a viso aperto il suo diretto oppositore Khalifa Haftar, giunge inattesa e parrebbe voler contribuire a mutare gli attuali equilibri interni, non certo favorevoli al governo riconosciuto di Tripoli.

La Federazione Russa si è gradualmente accreditata come mediatore di riferimento, ma le indubbie doti diplomatiche e strategiche del Cremlino per adesso poco possono contro la realtà sul terreno, fatta di scontri tra bande e rivolgimenti di fronte. A Bengasi e a Derna, infatti, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sponsorizzato da Mosca e Il Cairo, ancora si combatte e non si riesce a debellare la minaccia islamista, nonostante il ridimensionamento dei jihadisti, che oggi si stanno riposizionando nel deserto libico.

Questo il quadro generale, mentre giunge la notizia, riferita dall’agenzia stampa ‘Deniz Haber’, che una petroliera turca sarebbe stata fermata il 2 marzo nel porto libico di Zuara (a ovest di Tripoli) e sequestrata per un debito di 433mila dollari riguardante una precedente fornitura di petrolio che l’armatore della nave non aveva ancora saldato a chi controlla il porto, ovvero le organizzazioni di trafficanti: disseminate tra i porti e le calette intorno a Sabratah e Zawiyah, considerata la “capitale” di ogni traffico illecito, anche le organizzazioni criminali sono parte integrante del caos libico.