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Comunità Comprensoriale Oltradige-Bassa Atesina - Home - Kunstforum della  Bassa Atesina - Galleria foto

Ultimi giorni di apertura per la mostra personale di Italo Bressan dal titolo “Matissiana”, visitabile fino al 9 marzo 2026 presso il Castello medioevale di Rocca d’Evandro, nelle sale del museo MaRƎ. Curata da Massimo Bignardi in collaborazione con Franco Marrocco, l’esposizione presenta quindici tele realizzate da Bressan negli ultimi anni.

“Il tema centrale, come recita il titolo – precisa il curatore Massimo Bignardi – guarda al colore, alle sue capacità di tradurre, senza mediazioni concettuali, l’essenza di stati emozionali, quei tracciati che toccano corde profonde della psiche. Sono larghe, avvolgenti, irregolari campiture che, nell’equilibrio dei contrasti, esprimono la varietà luminosa, definendo minimi passaggi, in cerca di un accordo. Le quindici opere proposte in questa mostra, evidenziano un ulteriore passaggio dell’artista trentino, verso un processo di definizione dei contrasti, ossia di tendere a una maggiore luminosità degli accordi cromatici. La pittura, scriveva Matisse, non dà luce e «vi ci vuole la combinazione di colori appropriata». Un indirizzo che Italo ha fatto suo rischiarando la tavolozza, com’è per Corto Maltese, ove l’arancio accende maggiormente la luminosità del giallo, mettendo a fuoco la superfice, diversamente da quanto registravamo in dipinti precedenti. Il richiamo va, per esempio a Cantos, del 2014 oppure a Il colore del vento, dello stesso anno. In queste recenti esperienze, penso che abbia voluto riprendere una riflessione sulla qualità luminosa, avviata con il ciclo “Dal regno delle ombre” del 2010. In quelle opere era il nero (con leggerissime, impalpabili venature di blu) a determinare il gradiente di luminosità in rapporto alle piccole aperture dettate da tocchi o ‘sbavature’ laterali di colori chiari. Ora le larghe campiture di colore danno forza a quel lato espressivo che, senza interferenze del pensiero, restituisce il silenzio che è proprio di un’opera d’arte. I dipinti, scrive John Berger, «sono muti e immobili in un senso che è del tutto estraneo all’informazione»”.

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