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di Paolo Pane

L’aver letto, in bozze di stampa, il nuovo romanzo di Raffaele Lauro, “Don Alfonso 1890 - Salvatore di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, mi ha consentito di riflettere sullo straordinario contributo recato da alcuni “pionieri”, ristoratori e albergatori, all’origine e allo sviluppo dell’economia turistica della costiera sorrentina, con il baricentro a Sorrento, dalla fine del Settecento alla prima metà dell’Ottocento, dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, dal secondo dopoguerra ad oggi.

Dal turismo dei giovani aristocratici del Grand Tour, prevalentemente individuale, a quello delle élites, prima nobiliari e, poi, economiche, fino all’esplodere, dalla fine della seconda guerra mondiale, in poi, del turismo, come fenomeno di massa, nelle sue componenti economiche e sociali: dall’aristocrazia alla democrazia turistica. Si va dalla domanda turistica di gruppi ristretti di persone e di famiglie, che si distinguono per cultura, per prestigio e per ricchezza, a quella collettiva di intere classi sociali, beneficiate dallo sviluppo economico post-bellico e dalla conseguente crescita del reddito, organizzata da tour operator e da agenzie di viaggio, internazionali e locali. Parallelamente, cresce l’offerta turistica, a Sorrento e in Penisola Sorrentina, di beni e di servizi: le storiche locande di ristoro diventano dapprima affermati ristoranti di cucina regionale e, poi, veri templi dell’alta cucina, come il Don Alfonso 1890; le pensioni, come la Pensione Iaccarino, si trasformano in grandi alberghi, dotati di tutti i servizi alla clientela, o ne vengono costruiti di nuovi, con i finanziamenti agevolati statali e della Cassa per il Mezzogiorno. Si passa dal fondatore alla dinastia familiare, attraverso il passaggio di ben quattro generazioni. Da questo punto di vista, le vicende, narrate nel romanzo, della dinastia degli Iaccarino di Sant’Agata sui Due Golfi appaiono esemplari, quasi emblematiche, anche se non le uniche: da don Alfonso Costanzo ai figli, dai figli ai nipoti, dai nipoti ai pronipoti. Allo stesso modo, si sviluppano anche altre dinastie alberghiere e della ristorazione della Penisola Sorrentina, sempre a carattere familiare, che continuano a rappresentare, oggi, la principale risorsa imprenditoriale e la principale tutela da infiltrazioni criminali nella nostra economia. All’Autore, prima che come scrittore, da storico e da politico del Mezzogiorno d’Italia, cresciuto culturalmente, nella continuità della scuola storicistica di Benedetto Croce, accanto, anche come collaboratore, a meridionalisti, a storici e a politici del calibro di Francesco Compagna, di Giuseppe Galasso, di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini, tuttavia, non è sfuggita un’essenziale peculiarità: il fenomeno dell’emigrazione meridionale, nonché l’emigrazione in America del piccolo Alfonso Costanzo, alla ricerca del lavoro, il quale ritorna con un “gruzzolo” per iniziare la sua avventura imprenditoriale e realizzare il suo sogno. Su una vicenda singola, sostanzialmente felice e andata a buon fine, il professor Lauro non ha rinunziato a tracciare un affresco storico, economico e sociologico, di forte impatto narrativo, sul fenomeno generale, l’emigrazione meridionale, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, verso il Nord e il Sud America, verso New York e verso Buenos Aires. L’emigrazione di milioni di persone, dal Sud Italia, diventa una componente non secondaria della questione meridionale, oggi più attuale che mai. Sulla tragedia dell’emigrazione meridionale, sulle speranze, la miseria, le paure, le illusioni, le umiliazioni, le disillusioni, i sacrifici e il dolore di milioni di persone, ho voluto conversare, con lui, sempre disponibile e aperto al confronto, queste problematiche storico-politiche ed economico-sociali, che gli bruciano dentro, e attanagliano, con la disoccupazione endemica, oggi più di ieri, il nostro futuro di giovani meridionali.

D.: Sarebbe interessante, per capire il fenomeno dell’emigrazione meridionale, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, professor Lauro, partire dal quadro socio-economico di Sant’Agata sui Due Golfi e della Penisola Sorrentina, nel secolo XIX, per estendere, poi, l’analisi a tutto il Mezzogiorno d’Italia, dopo l’unificazione nazionale.

R.: Dopo le invasioni turchesche del secolo XVI, con il ratto di centinaia di donne e di uomini, e le grandi epidemie dei secoli XVII e XVIII, che flagellarono le popolazioni di Massa Lubrense, il borgo di Sant’Agata sui Due Golfi, principalmente a Sorrento e a Napoli, si era andato affermando, come privilegiato luogo di soggiorno, a causa della freschezza e della salubrità dell’aria, nonché della genuinità degli alimenti prodotti. Fu inevitabile una lenta, ma costante, trasformazione socio-economica, con un’incidenza sulle attività lavorative, vecchie e nuove. Rispetto al passato, ad esempio, scomparvero: l’artigianato, legato alla produzione di coltelli e di falci, un tempo florido, in quanto gli ultimi maestri del mestiere si erano trasferiti a Napoli, tra i vicoli e i fondaci di Portanova; la lavorazione della seta, come in tutta la Penisola Sorrentina, sopravvivendo in qualche nucleo familiare per il confezionamento di abiti, di sciarpe e di nastri. Si rafforzarono, di contro, le attività lavorative, legate alle colture della terra e, d’estate, alla pesca, alla commercializzazione dei prodotti naturali e di quelli trasformati, specie nel settore caseario. Venduti a Sorrento e a Napoli.

D.: Quali erano questi prodotti, naturali e trasformati, che finivano sulle tavole dei sorrentini e dei napoletani, più abbienti, i quali amavano soggiornare, con le famiglie, d’estate, sulla collina santagatese e nelle altre frazioni massesi, altrettanto ambite?

R.: Innanzi tutto, l’olio di Sant’Agata, la frutta di Sant’Agata (le rinomate mele limoncelle, le noci, i limoni e le celeberrime ciliegie tardive), i formaggi, i latticini (in primis, il burro), la carne di vitella, la cacciagione locale (quaglie, tordi e beccafichi) e il pesce fresco (dalle alici ai cefali, dai totani alle aragoste). Anche se i prodotti arrivavano a Napoli con il nome di Sorrento: celebre, appunto, era il burro, il “butirro” di Sorrento! Nacque anche un mercato immobiliare locale: le donne santagatesi affittavano, d’estate, le loro camere (i quartini) ai villeggianti, offrendo loro anche servigi di pulizia quotidiana, di bucato, di spesa e di cucina.

D.: Ci fu, quindi, uno sviluppo economico, non un’arretratezza, come in tutto il Sud post-unitario?

R.: Certo, le condizioni della costiera sorrentina non erano quelle, desolate, abbrutenti, martoriate del più profondo Sud, flagellato da disoccupazione, malattie, fame e miseria, dove la forza-lavoro era sempre nelle mani dei caporali, paramalavitosi, passati, armi e bagagli, dal servizio dei baroni latifondisti, ai nuovi ricchi, i liberali filo piemontesi, fioriti dopo la definitiva sconfitta della monarchia dei Borbone. Tutto era mutato, ma tutto era rimasto tale e quale, per dirla alla Pedro Calderón de la Barca: sfruttamento, miseria e disoccupazione! Per quanto riguarda Sant’Agata e la Penisola Sorrentina, nonostante l’evoluzione, qualitativa e quantitativa delle comunità, le nuove attività lavorative non riuscivano a risolvere, specie d’inverno, il problema delle risorse, appena sufficienti, nella generalità dei casi, a garantire la sopravvivenza dei nuclei familiari e, da parte dei capifamiglia, un’esistenza dignitosa alla numerosa prole, sopravvissuta alle malattie infantili, spesso letali.

D.: Le condizioni di vita a Sant’Agata e in costiera non erano quelle drammatiche del più profondo Sud?

R.: Certamente no! L’unificazione della nazione italiana e la prima industrializzazione del Nord fu fatta anche a spese del Sud, aggravando stati di miseria atavici e di abbrutimento sociale, quasi medievale. I capi di famiglia massesi, santagatesi e sorrentini, specie sulle colline, riuscivano a barcamenarsi tra il lavoro agricolo, la pesca e la piccola edilizia. All’occorrenza, quindi, si trasformavano in contadini, pescatori o muratori, aiutati da mogli, industriose e infaticabili, pronte a collaborare anche con attività occasionali, per tirare avanti la barca, per allevare la prole e sognare, per essa, un avvenire migliore.

D.: Tutto, comunque, era dominato dalla precarietà, senza prospettive, come, per noi, al presente?

R.: Bastavano condizioni meteorologiche avverse, capaci di distruggere il raccolto, di ostacolare la pesca o di rallentare il commercio di derrate alimentari con Napoli, per gettare nel panico molto famiglie santagatesi. Oppure un’epidemia incontrollata che colpiva gli animali da latte che privava la nascente attività lattiero-casearia del suo principale ingrediente, il latte.

D.: Questo clima di miseria nel Sud e di precarietà del lavoro, nella nostra costiera, aprì la strada al grande esodo di intere famiglie meridionali, di uomini, di donne e, persino, di ragazzi, da soli, alla ricerca del lavoro nella “terra promessa”?

R.: In questa temperie di disagi, di sacrifici e di sogni, anche a Sant’Agata, come in tutta la Campania e il Mezzogiorno, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia, si diffuse e si radicò il mito de “La Merica”, come terra promessa, dove, in pochi anni, senza neppure conoscere la lingua, da semianalfabeti e senza un mestiere pregresso, si potesse cumulare una fortuna e, dopo qualche anno, tornare al proprio paese da “ricchi”, riuscendo ad acquistare case e terreni, da coltivare in proprio. I capi bastone, padroni di quel mercato delle braccia, giravano per le campagne a propagandare il “paradiso americano”, e ad organizzare, per gli inconsapevoli disoccupati meridionali, il loro viaggio transoceanico, su luride carrette del mare, gettati nella terza classe, nella stiva, spesso prede mortali di focolai epidemici, a causa delle precarie condizioni igieniche, e, non di rado, vittime di naufragi. Senza contare il seguito, un vero calvario: i controlli all’ingresso, con lo sguardo angosciato rivolto alla Statua della Libertà; la rete dei boss all’arrivo, un vero e proprio racket sul lavoro degli immigrati italiani del Sud; un pagliericcio in una lurida stanza di un caseggiato di Little Italy, i lavori più umili, più pericolosi e peggio retribuiti nei grandi lavori pubblici di New York. 

D.: Nessuno sapeva a cosa andasse incontro? 

R.: Nessuno poteva conoscere quale tragedia umana fosse arrivare in un paese straniero, essere discriminati anche come immigrati, vestiti di cenci e con un fagotto, costretti ad accettare i lavori più umili e peggio retribuiti, nonché essere sottoposti a vessazioni, a sofferenze e ad umiliazioni inenarrabili. Anche perché i primi emigranti meridionali, nelle loro lettere ai parenti, inviavano belle foto, con il vestito della festa, e si guardavano bene, per pudore, per vergogna e per non impensierire genitori, mogli o figli, rimasti a casa, di narrare i loro personali calvari, orgogliosi soltanto di allegare i dollari guadagnati con tanti sacrifici. La fama di quelle rimesse, prova tangibile, agli occhi dei destinatari, del successo dell’avventura emigratoria, alimentò ondate massicce di emigrazioni verso il continente americano, verso gli Stati Uniti d’America, l’Argentina, il Brasile e il Canada.

D.: In termini numerici quanti meridionali partirono alla ricerca della fortuna?

R.: Non meno di quattro o cinque milioni. Molti, tuttavia, ritornarono, delusi e disperati.

D.: Molti ebbero, comunque, successo e si inserirono positivamente nel tessuto economico del nuovo mondo?

R.: Certamente, ma sarà necessario arrivare alla terza generazione, anche perché, nei primi decenni, la concorrenza e la rivalità con gli irlandesi penalizzò l’ascesa economica e sociale degli italoamericani.

D.: Chi beneficiò maggiormente di questo esodo di massa?

R.: Prescindendo dai sacrifici individuali, fisici e morali, l’emigrazione meridionale contribuì a risolvere la spaventosa disoccupazione da sottosviluppo del Mezzogiorno e provocò una rottura degli equilibri sociali, mettendo in crisi il latifondismo e i privilegi della borghesia agraria, abituata a sfruttare l’abbondante manodopera, specie quella dei giovani uomini. Le rimesse degli emigranti favorirono principalmente la classe dirigente nazionale, una bilancia attiva dei pagamenti internazionali, la stabilità della lira e gli investimenti industriali nel Nord.

D.: I sacrifici degli emigranti favorirono soltanto l’industrializzazione del Nord? E il Sud?

R.: Un terribile paradosso. Il Sud rimase al palo, anche a causa dell’autarchia fascista e della guerra mussoliniana. Per riparlare della questione meridionale, bisognerà attendere la ricostruzione e il secondo dopoguerra. Con le luci e le ombre che conosciamo. Più ombre che luci, se la situazione, oggi, è quella che, tu e io, ben conosciamo.

D.: Perché il giovane Costanzo Alfonso partì, come emigrante, per New York, nel 1886, a soli quattordici anni?

R.: Era rimasto orfano del padre Luigi e non voleva lasciare l’adorata madre Rosa, da sola, a tirare la carretta. Partì, forte anche della presenza protettiva a New York degli zii della madre, Luigi e Carolina, ma promise che sarebbe ritornato e ritornò, infatti, dopo soli quattro anni, per iniziare la sua avventura imprenditoriale, con l’apertura della Pensione Iaccarino. Il suo sogno realizzato. Da quella scintilla del fondatore si sviluppò la dinastia alberghiera e della ristorazione, con i figli e i nipoti, che avrebbe trovato la massima espressione nel nipote don Alfonso jr., un grande maestro della cucina mediterranea e uno dei più prestigiosi chef, a livello mondiale.

D.: Tutto sommato, un’esperienza americana positiva, quella di Alfonso Costanzo Iaccarino?

R.: Più che una semplice esperienza, ancorché positiva, un’epopea, un mito, un simbolo, il cui percorso mi ha affascinato e ispirato nella scrittura di questo romanzo.