
Non chiede privilegi. Non chiede trattamenti di favore, ma semplicemente una casa.
È la storia denunciata da un cittadino di Santa Maria Capua Vetere: Merola M., un uomo di circa cinquant’anni, che da settimane sta cercando una nuova sistemazione abitativa per sé e per la figlia diciannovenne con disabilità, dopo aver appreso che dovrà lasciare l’abitazione nella quale vive attualmente.
Secondo quanto racconta, la decisione della proprietaria non sarebbe legata a morosità o ad altri problemi imputabili alla famiglia.
«Ho sempre pagato regolarmente il fitto», spiega.
La necessità di cercare una nuova abitazione si è aperta nel momento in cui è emersa la cessazione dell’attuale contratto.
Un passaggio che, per molte persone, può risultare complesso, ma che in condizioni di fragilità economica e sociale rischia di trasformarsi in una difficoltà maggiore, soprattutto nel momento in cui ci si affaccia al mercato degli affitti spogli di una occupazione fissa.
L’uomo racconta di aver contattato privati e agenzie immobiliari senza riuscire a trovare una soluzione.
A pesare sarebbe soprattutto l’assenza di una busta paga o di un garante, richiesti come principali forme di garanzia nei contratti di locazione privata. Le entrate del nucleo familiare derivano dalla pensione di invalidità e da misure di sostegno legate alla condizione di disabilità della figlia.
Si tratta di "redditi" tracciabili e continuativi, ma che non vengono sempre considerati sufficienti nel mercato privato per accedere a un contratto di affitto in assenza di garanzie lavorative.
«Non cerco una villa e non pretendo una casa di lusso. Mi basta una sistemazione dignitosa e sicura dove poter vivere con mia figlia», racconta.
«Di nostra figlia ci occupiamo noi e non abbiamo bisogno di aiuti economici. Quello che ci serve è semplicemente una casa».
Per questo motivo l'uomo si sarebbe rivolto anche alle istituzioni locali.
Il sindaco gli avrebbe comunicato che non risultano alloggi comunali disponibili.
In un successivo passaggio sarebbe stato indirizzato ai servizi sociali, dove gli sarebbe stata prospettata la possibilità di accedere a un contributo regionale per il sostegno all’affitto.
Una misura che, tuttavia, non risolverebbe il problema alla radice, ossia la difficoltà di ottenere un contratto di locazione.
Va certamente tenuto conto del fatto che la figlia dell'uomo ha 19 anni ed è una persona con disabilità senza lavoro. Con una evidente difficoltà ad autodeterminarsi.
La condizione della giovane donna rientra in quanto garantito dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dall’articolo 3 della Costituzione italiana, che attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza tra cittadini.
Questa vicenda mette in evidenza una situazione di stallo in cui la disponibilità di redditi derivanti anche da lavori saltuari non coincide necessariamente con la possibilità concreta di accedere a un’abitazione.
L’uomo afferma di essersi rivolto più volte alle istituzioni locali, prima di arrivare a noi, senza ottenere una soluzione concreta.
A fine giugno rimarranno senza casa e non sanno dove andare.
Una circostanza che intendiamo approfondire ascoltando anche la versione dell’amministrazione comunale e degli uffici competenti, eventualmente ci fosse volontà di usufruire del diritto di replica.
Perché la questione non riguarda soltanto un tetto sopra la testa o il singolo caso.
Riguarda la dignità. Riguarda un processo sistemico vergognoso.
Riguarda il diritto di una persona con disabilità a non essere spinta ai margini per effetto dell’incrocio tra precarietà economica, rigidità del mercato e assenza di soluzioni abitative accessibili.
Possibile che i servizi sociali non abbiano neanche preso in carico la valutazione del caso specifico?
Possibile che situazioni come questa debbano essere troppo spesso risolte a suon di carità cristiana?
Possibile che l'unica risposta accettabile, nel 2026, sia: "non possiamo fare nulla"?