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servizio di AMEDEO FANTACCIONE

Quando arrivi a Flumeri comprendi immediatamente che l’isolamento dell’Irpinia ormai è un retaggio storico più che una vera e propria realtà. A poco più di un’ora di auto da Napoli, con una comoda autostrada che si inerpica oltre due importanti passi montani, si giunge nel cuore dell’Irpinia, terra verde, dai colori intensi, ordinata, con tradizioni che affondano nei secoli e si differenziano in maniera netta e marcata dal resto della Campania.

FOTO 2L’Irpinia è una terra a se, operosa e lungimirante nello sviluppo, eppure ferma ed ancorata alle proprie radici. Una terra antica che, dopo aver inseguito il sogno – delirio dell’industrializzazione, ha ripreso per mano il suo destino ed ha riscoperto l’importanza dell’agricoltura e delle operose attività della campagna. Qui, come ha ricordato in un recente convegno l’imprenditrice De Matteis “l’agricoltura non è più un ripiego, ma una vera risorsa”.

Flumeri è la fotografia di questa risorsa che si porta alla ribalta dell’economia regionale e nazionale ogni giorno di più. Grazie ai fondi regionali, ma soprattutto alla lungimiranza di imprenditori agricoli vecchi e nuovi, da queste parti il comparto agricolo è tornato ad essere il punto forte dell’economia locale. Eppure fino a qualche anno fa, da queste parti si costruivano gli autobus della Irisbus che erano venduti dal gruppo Fiat in tutto il mondo. Ma, girando per campagne e colline ricamate da uliveti e costellate da campi di grano, si ha la sensazione che le aree industriali che si scorgono a valle siano una specie di pugno nello stomaco per il panorama e di groppo alla gola per i cittadini, che vedono in quei capannoni, quasi del tutto deserti, quel che resta della sciagurata industrializzazione dell’Irpinia.

Ma da queste parti non è costumato piangersi addosso e quindi, con l’orgoglio della gente di montagna, i Flumeresi, come moltissimi dei loro fratelli irpini, hanno chiesto scusa alla madre terra e sono tornati nelle campagne per cercare le risposte allo sviluppo economico e culturale della loro comunità. La risposta l’hanno trovata in quei prodotti che hanno caratterizzato per secoli il loro territorio: l’ulivo e il grano. I produttori di olio, in particolare, hanno intrapreso un cammino coraggioso e impervio, che solo oggi comincia a dare 

FOTO 5loro i primi frutti sperati. Con la riscoperta della loro tipica pianta di ulivo, il “ravece”, hanno portato avanti una vera e propria rivoluzione “contadina”, senza sommosse alimentate da forconi ondeggianti, ma soltanto con il duro e, talvolta incompreso lavoro quotidiano. Hanno riscoperto la loro pianta simbolo, ma hanno deciso di operare senza alcuna manipolazione preservando tutte le caratteristiche del prodotto dalla coltivazione, alla molitura, fino all’imbottigliamento, cancellando metodi e convenzioni che duravano da secoli.

Sapore intenso, lievemente amaro e piccante. Sentori erbacei con toni di ginestra e aromi fruttati con note di pomodoro e carciofo. È l' olio extra vergine d' oliva ravece, un patrimonio ancora tutto da scoprire che, partendo da Flumeri, ha il prestigioso obiettivo di conquistare i palati sopraffini di tutto il mondo.

Raccolta e molitura sono già iniziate in gran parte del territorio: il momento è buono per una passeggiata tra aziende e frantoi.

Tra le aziende agricole che hanno scommesso su questo prodotto troviamo giovani imprenditori preparati e sapienti, che hanno fatto tesoro della tradizione, e, soprattutto, hanno compreso che per fare breccia sui mercati bisogna continuare con la rivoluzione “culturale” del modo di mangiare, ma soprattutto nel modo di produrre cibi.

Il “ravece” è un'antica cultivar di olivo, originatasi in Irpinia  a partire dai primi del Cinquecento. Il suo frutto è considerato prezioso, apprezzato per le peculiari caratteristiche organolettiche. La sua presenza è documentata a partire dal 1500 in Irpinia ove è considerata di importanza pari all'Ogliarola. È coltivata quasi esclusivamente nella provincia di Avellino. La pianta è abbastanza rustica e di vigoria media; la chioma, dalla tipica colorazione grigio verde, è fitta e compatta. Essendo autosterile deve avvalersi di impollinatori come il Pendolino  e Maurino. Le drupe sono di taglia medio grande. La produttività è abbondante e costante, mentre la maturazione è tardiva. L'oleosità è medio bassa (15-16%) ma ad essere apprezzata è la qualità dell'olio. Questo è giallo-verde, dall'aroma fruttato, sapore deciso amaro e piccante; presenta note di pomodoro  verde, carciofo, erbe e a volte mandorla.

FOTO 4Per ottenere tutto ciò bisogna curare ogni particolare, come fanno all’azienda “Setteventi” di Flumeri, dove, sfidando ogni tradizione hanno operato una vera e propria trasformazione dell’arte molitoria, affidandosi ai più sofisticati ritrovati della tecnica per lasciare inalterate le proprietà tipiche ed organolettiche del prodotto finito. Non lavorano in modo differente neppure l’aziende Petrilli, Casa d’Alto e Negutta. Questi imprenditori illuminati e coraggiosi stanno coinvolgendo nella loro impresa tutti, al punto che oggi a Flumeri si dibatte in maniera seria sulle produzioni di qualità, che, da queste parti riguardano anche il grano. E’ necessario prima di lasciare questa terra verde ed incantata, riportare un’ultima informazione, ricevuta in uno dei tanti incontri con i produttori di olio che, su queste colline, hanno abbandonato la stupida ed infruttuosa concorrenza personale e si ritrovano spesso a scambiarsi opinioni e consigli. E’ giunta notizia di un recente studio biomedico che esalta le proprietà di prevenzione benefiche per la salute proprio di questo olio. Pare che al di là dell’eccezionale valore culinario, dunque, l’olio extravergine di oliva “ravece” sia di grande aiuto per una vita sana, un solo cucchiaino di questo prelibato prodotto, infatti, con il suo carico di polifenoli è di fatto un potente antitumorale naturale.

Da queste parti, dunque, tutto sembra compiuto, nei palazzi della politica e del potere di Napoli e di Roma, questi sforzi non possono continuare ad essere ignorati.

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